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Cariatidi

Le Case d’Arte, Milano

Se la pesante materia del mio corpo fosse pensiero,

l’avversa distanza non fermerebbe il mio cammino;

perché a dispetto dello spazio, io sarei portato

dai punti più lontani al luogo ove tu sei.

Che importerebbe allor se il mio piede calcasse

la più remota terra lontana da te;

l’agile pensiero può varcare terra e mare

nell’attimo in cui pensa dove vorrebbe essere.

Ma ahimè, pensier m’uccide di non essere pensiero

per sorvolar le lunghe miglia quando tu sei via,

purtroppo così composto di terra e acqua

io devo aspettar gemendo il comodo del tempo;

non ricavando da elementi così grevi

che lacrime pesanti, simboli del loro duolo.

 

William Shakespeare, Sonetto 44

Il corpo, pesante fardello, contenitore di ciò che siamo, confine con ciò che non siamo, simbolo e rimando alla fragilità della nostra esistenza, effimera barriera su cui, da nati, cominciamo a tracciare il ritratto della nostra identità. Il corpo ci rimanda alla perenne inquietudine in cui viviamo, alla tensione tra l’Io e l’altro, tra il privato e il sociale, tra l’autobiografia e la storia. Ogni interazione fra il proprio corpo e un altro corpo lascia un segno, plasma il nostro essere in funzione di quella relazione. Conserviamo frammenti di un corpo altro all’interno di noi, una traccia sinaptica che fa dell’altro, parte di noi. Veniamo al mondo così, senza sapere chi siamo, consapevolezza e senso di sé cominciano a costituirsi nel neonato dopo la nascita, sono la base su cui si va a costituire l’esperienza soggettiva che il bambino fa della vita sociale. Con il formarsi dell’idea di un sé privato si comincia a sperimentare la presenza dell’altro.Vediamo su questi muri il corpo fatto a pezzi, disperso nei suoi elementi, io frammentato. Cerchiamo disperatamente di resuscitare un’identità.L’effimero è ancora più effimero, il sogno di Shakespeare… se la pesante materia del mio corpo fosse pensiero… si realizza nell’arte.

Nell’arte quel corpo che ci imprigiona rappresenta l’unica possibilità di liberarsi, diventa memoria, affermazione della propria esistenza, diventa luogo dove sperimentare identità diverse. Nell’arte il corpo supera il sogno dell’organismo transgenico …uno, nessuno, centomila…

Ludovica Lumer

Cariatidi wallpaper 13,85 x 4,20 metri
chiodi e stampe a colori e bianco e nero in formato A4

If the dull substance of my flesh were thought,

Injurious distance should not stop my way;

For then despite of space I would be brought,

From limits far remote where thou dost stay.

No matter then although my foot did stand

Upon the farthest earth removed from thee;

For nimble thought can jump both sea and land

As soon as think the place where he would be.

But ah! thought kills me that I am not thought,

To leap large lengths of miles when thou art gone,

But that so much of earth and water wrought

I must attend time's leisure with my moan,

Receiving nought by elements so slow

But heavy tears, badges of either's woe.

 

William Shakespeare, Sonnet 44

The body, heavy burden, container of what we are, border with what we are not, symbol and reference to the fragility of our existence, ephemeral barrier on which, since birth, we begin to draw the portrait of our identity. The body reminds us of the ceaseless disquiet we live in, the tension between the self and the other, the private and the social, autobiography and history. Every interaction between one’s body and another body leaves a mark and shapes our being in accordance with that relationship. We retain fragments of the other’s body within us, a synaptic trail which makes the other part of us. This is how we come into the world without knowing who we are, awareness and sense of self begin to build up in the infant after birth, and become the basis for the child’s subjective experience of social life. With the emergence of the idea of a private self, one begins to experience the presence of the other. On these walls we see the body torn apart, its elements scattered, a fragmented self. We desperately try to resuscitate an identity. The ephemeral is even more so, the dream of Shakespeare ... “if the dull substance of my flesh were thought” ... is accomplished in art. Through art, the body that imprisons us represents the only way to break free, it becomes memory, assertion of one’s own existence, the place where different identities are experienced. In art, the body exceeds the dream of the transgenic organism ... One, No one and  One Hundred Thousand...

Ludovica Lumer

Cariatidi, triptych, collage

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