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CORPO A CORPO

with Serena Fineschi

curated by Pietro Gaglianò 

Galleria Passaggi Arte Contemporanea, Pisa

Corpo a corpo prende forma nello spazio della galleria come un confronto sulla misura, sulla qualità tangibile e visibile della presenza fisica, e su come il semplice man ifestarsi del corpo possa costituire una dichiarazione politica. Marta Dell’Angelo e Serena Fineschi esprimono visioni remote tra loro che si dispiegano lungo un ampio arco del visibile: dalla rappresentaz ionetassonomica di un’iconografia del corpo alla costruzione di condizioni ecoordinate attivabili attraverso la rottura dei codici convenzionali cui il pubblico si attiene. 

Nelle smagliature di un’epoca che sembra postuma a se stessa rispetto a qualsiasi ambito del pensiero, questa riflessione sul corpo diventa uno strumento ottico per decentrare gli imperativi della dimensione verticale, per uno sguardo che sia poetico e politico secondo il significato più profondamente umano che si possa immaginare di questo binomio. 

 

Le due artiste presentano due progetti nati specificamente per questa occasione, maturati nell’ambito di un tempo lungo di confronto e   decantazione, realizzati durante una permanenza a Pisa che le impegna nelle rispettive pratiche accentuando il valore del processo, del dubbio, dell’inclinazione come possibilità aperta. Utilizzando medium diversi, Dell’Angelo e Fineschi creano un tempo modulato di attraversamento dello spazio sensibile dell’arte, un dialogo tra due artiste che si svolge in modo corale grazie alla partecipazione dell’osservatore, chiamato qui a creare ponti tra l’immagine del corpo e la traccia del suo passaggio.

 

In occasione di corpo a corpo verrà realizzato un catalogo che sarà presentato in galleria nel mese di settembre.

 

Pietro Gaglianò

Corpo a corpo takes shape as an investigation of the size, of the tangible and visible quality of physical presence, and of the way in which the simple manifestation of the body can  constitute a political statement. While different in their respective approaches, the visions of Marta Dell’Angelo and Serena Fineschi act along a broad arc of the visible: from the taxonomic representation of an iconography of the body, to the construction of conditions and coordinates which are activated through the breakdown of conventionally expected codes.

In the cracks of an age that seems posthumous to itself with regard to any area of thought, this reflection on the body becomes an optical instrument decentering the imperatives of the vertical dimension with a gaze that is both poetic and political, according to the most profoundly human definition of this pairing. 

 

The two artists present projects realized specifically for this occasion, developed over a lengthy period of discussion and decantation during a stay in Pisa in which their respective practices engaged in the value of process, of doubt, and of the open-ended possibility of inclination. Across diverse media Dell’Angelo and Fineschi create a sense of time modulated by crossing through the sensitized space of art, a dialogue between two artists unfolding in a choral manner though the participation of the viewer, who is called upon to create a bridge between the image of the body and the trace of its passage. 

 

The forthcoming catalogue fors corpo a corpo will be presented in the gallery in September.

Pietro Gaglianò

Marta Dell'Angelo

Sei pezzi sull’assenza

 

Testo critico di Pietro Gaglianò

                                                                                                          

                          Je m’habituai à l’hallucination simple

                          Arthur Rimbaud

 

1. Fare oppure no

Lo spazio in cui sono avvenute le cose più dense di senso nell’ultimo secolo è uno spazio dubitativo. Gli artisti, gli scrittori, i testimoni vari della storia si sono attardati tutti sulla soglia del no, sulla negazione come possibilità, sulla sottrazione delle immagini e del racconto. Questo implica una rinuncia all’assertività: una professione di incertezza che ha il valore politico di opporsi ai grandi enunciati, alla semplificazione della realtà a verità. Parallelamente questo costeggiare l’assenza, come sospensione, come scelta consapevole del vuoto o del silenzio, si sviluppa come una variabile poetica che traccia una linea fortissima nelle estetiche della modernità e del contemporaneo. Al mondo opaco delle superfici si sostituisce quello fittissimo che gli autori hanno trattenuto dentro di sé. Il mondo rimane irrisolto, e per sempre aperto, ai bordi delle figure, al di qua dei gesti. In questa prospettiva le poesie mai più scritte da Rimbaud dopo la sua sfolgorante giovinezza si trovano oltre lo stesso

orizzonte in cui si amplificano il vuoto di Yves Kline e il silenzio di John Cage, là dove Bartleby proferisce “I would prefer not to” nei toni di una dichiarazione politica, come se fare, dire e produrre appartenessero all’universo da cui l’arte e il pensiero divergono.

 

2. Il gesto

Del gesto rimane la traccia. Così della musica il silenzio e della pittura nient’altro che una zona di sensibilità immateriale. In tutto il lavoro di Serena Fineschi la sostanza dell’opera è già trascorsa nell’azione e il suo riverbero sulla materia è solo quello che ne resta. Spirituale e lupesca, Serena non potrebbe essere più lontana di così dai processi della performance; i suoi gesti hanno il senso e l’andamento di una prova solitaria, in cui il corpo prova a dare alla mente una forma nella sfera del tangibile. Il peso è forma, la capacità fisica di Serena, le sue braccia, le sue mani quando si applicano sulla materia sono forma. I materiali recano la traccia del movimento e della staticità del corpo, nel suo essere pressione, compressione, attesa e mente che osserva. Come l’ombra grigia su un lenzuolo macchiato da una notte d’amore, ogni lavoro di Serena si oppone all’astrazione e prova a concentrare la mente con il corpo usando la materia inerte come mezzo.

 

3. Il mezzo

Per Marta Dell’Angelo la pittura possiede un’irregolarità che non può essere ritmica, non può essere inquadrata negli algoritmi che disciplinano qualsiasi cosa in natura. Viola la legge, la pittura, perché nel suo passare da sistema di elementi organizzati per una funzione (il tubetto di colore, il pennello, la tela, eccetera) attraversa un varco che la porta su un piano diverso della realtà. Che tautologicamente non è la realtà, ma appunto la pittura, non come ritratto del reale e nemmeno come sua interpretazione. Le opere di Marta si dispongono come racconto di un viaggio dalla visione alla sua trasformazione in qualcos’altro: una metamorfosi, meravigliosa e stupefacente come quelle degli insetti. I corpi nelle sue tele somigliano alle persone come una farfalla al bruco che era stata. La sua pittura rimane comunque, fino alla fine, piena di carne e di realtà, e l’unico corpo che vi si scorge è il suo. In questa vertigine si compie una sconfessione perpetua del mezzo; dipingere serve solo ad

arrivare a tutto questo, a vedere delle figure che prima non c’erano e che non appartengono al preesistente dominio del visibile.

 

4. La figura

La figura, accademicamente, si oppone all’astrazione. La figura quindi è fatta di materia, di qualcosa che si tocca. Ovunque nei lavori di Marta e Serena ci sono delle mani.

 

5. Loro due

Non sono arrivate per caso in questo spazio condiviso, in questo corpo a corpo, le due artiste. Marta e Serena partono da luoghi fra loro lontani e esprimono una gamma di visioni che si dispiegano lungo un ampio arco del visibile: dalla rappresentazione tassonomica e iconografica del corpo alla costruzione di condizioni e coordinate inedite, relazioni che si attivano solo quando saltano i codici convenzionali cui il pubblico si attiene.

Nelle smagliature di un’epoca che sembra postuma a se stessa rispetto a qualsiasi ambito del pensiero, questa riflessione sul corpo diventa uno strumento ottico per decentrare gli imperativi della dimensione verticale, per uno sguardo che sia poetico e politico secondo il significato più profondamente umano che si possa immaginare di questo binomio.

 

6. Il nome

Il primo titolo per questa mostra avrebbe dovuto essere Inclinazioni, seguendo l’indicazione per una lettura divergente, non gerarchica e non muscolare. Inclinazioni del corpo sulla materia, del pensiero sull’immagine, del corpo su sé stesso. Un altro titolo, temporaneo, è stato Caduta libera. La caduta rappresa e rinviata, o precipitata e scomparsa. La caduta come errore, tra segno e sgocciolatura, tra forma voluta e reazione della materia. La creazione, bergsoniana, come gesto che ricade. La caduta del corpo dell’artista su quello dell’opera. Corpo a corpo.

Serena Fineschi

Six pieces on absence

 

text by Pietro Gaglianò

                        

                             Je m’habituai à l’hallucination simple

                             Arthur Rimbaud

 

1. To do or not to do

In the last century the space of densest meaning was a space of doubt. Artists, writers, and the many witnesses to history lingered on the threshold of no, of negation as possibility, of the subtraction of images and stories. This implies a renunciation of assertiveness: a profession of uncertainty that is politically opposed to grand statements and to the simplification of reality into truth. Furthermore, this skirting around absence, like a suspension, like a conscious choice of emptiness or silence, develops as a poetic variable tracing a bold line in the aesthetics of the modern and the contemporary. That dense world which authors held within themselves is substituted by the opaque world of surfaces.

The world remains unresolved, forever open, on the edge of form, beyond gestures. From this perspective, the poems left unwritten after Rimbaud’s electrifying youth are found along the same horizon as Yves Klein’s emptiness and John Cage’s silence, and where Bartelby professes “I would prefer not to” with the tone of a political declaration, as if doing, saying, and producing belonged to the universe from which art and thought diverge.

 

2. The gesture

What remains of the gesture is the trace, just as what remains of music is silence, and what remains of painting is nothing more than an area of "immaterial sensibility". In all of Serena Fineschi’s work, the substance of the piece has already elapsed in the action, and all that is left is its reverberation in the material. Spiritual and wolfish, Serena could not be farther from the processes of performance; her gestures have the meaning and the flow of a solitary trial in which the body tries to give a tangible shape to the mind. Weight is form Serena’s physical capacity, her arms and her hands become form when they are applied to the material. The matter bear the traces of the body’s movement and its staticity, a body which serves as pressure, compression, waiting, an observant mind. Like the gray shadow on a stained sheet after a night of love-making, each of Serena’s pieces opposes abstraction and seeks to focus the mind by way of the body using inert matter as its means.

 

3. The means

For Marta Dell’Angelo painting possesses a non-rhythmic irregularity that cannot be framed by the algorithms disciplining nearly all aspects of nature. She violates the law, the painting, by passing from a system of elements organized by function (the tube of paint, the paintbrush, the canvas etc.), and crossing a gap onto a plane other than that of reality. Tautologically, it is not reality, but rather painting, not as a portrait of the real nor even as its interpretation.

Marta’s works follows the transformation of a vision into something else: a marvelous, stupefying metamorphosis, like that of an insect. The bodies on her canvases resemble people in the way that a butterfly resembles the caterpillar that it once was. Her painting nevertheless remains full of flesh and reality, and the only body that we can make out in it is her own. In this vertiginous space, a perpetual disavowal of the means occurs; painting only serves to arrive at this point, to reveal figures which previously were not there and which do not belong to the preexistent domain of the visible.  

 

 

4. The figure

Academically speaking, the figure opposes abstraction. The figure is therefore made of matter, of something that we can touch. There are hands everywhere in Marta’s and Serena’s work.

 

5. Them

The artists did not arrive at this shared space by chance, in this body-to-body. While different in their respective approaches, the visions of Marta Dell’Angelo and Serena Fineschi act along a broad arc of the visible: from the taxonomic and iconographic representation of the body, to the construction of conditions and coordinates which are activated through the breakdown of conventionally expected codes. 

In the cracks of an age that seems posthumous to itself with regard to any area of thought, this reflection on the body becomes an optical instrument decentering the imperatives of the vertical dimension with a gaze

that is both poetic and political, according to the most profoundly human definition of this pairing.

6. The name

A preliminary title for this show was Inclinazioni , Inclinations, indicating a divergent non-hierarchic, non-muscular reading; inclinations of the body toward matter, of thought toward the image, of the body toward itself. Another temporary title was Caduta libera , Free Fall. The fall, congealed and postponed, or rapid and fleeting. The fall as an error, somewhere between a mark and a drip, between an intended form and a reaction of the material. Creation, in the manner of Bergson, as a returning gesture. The fall of the artist’s body onto that of the work. Body to body.

Exhibition view
Folata, oil on canvas 200x230 cm. 2016
Folata, oil on canvas 230x200cm, 2016
Exhibition view: Si salvi chi può Serena Fineschi and Folata, Marta Dell’Angelo
Folata, oil on canvas 200x230 cm. 2016
Folata, detail
Folata, detail
Exhibition view: L'abbandono, Serena Fineschi and Varco Marta Dell’Angelo
Varco, oil on canvas 80x80cm, 2016
Exhibition view: Presa, Marta Dell’Angelo and Nè in cielo nè in terra, Serena Fineschi, L'abbandono, Serena Fineschi and Varco Marta Dell’Angelo
Presa, oil on canvas, 80x140 cm, 2015/2016
Presa, detail

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Aneddoto “Forse è la consapevolezza di aver già perso tutto che mi fa desiderare di lasciare andare tutto - lei disse – è solo un’intuizione, anzi è la risposta del corpo che sta sempre nel mezzo, nel mezzo di ogni cosa - e poi - mi basta il tempo di muovere lo sguardo fuori, nello spazio dello spazio, è come un esodo”.

 

Exodus

Considerare il movimento come un paesaggio in continua trasformazione. Senza inizio e senza fine, può voler dire passare, letteralmente passare da una postura a un’altra, con la logica interna della sopravvivenza muscolare. Improvvisamente mi si chiarisce che il tempo è percepito solo nella sua durata, non c’è un prima e non c’è un dopo, o l’inizio e la fine, c’è solo trasformazione, quindi ogni singolo istante si prende il suo tempo per comporsi e scomporsi. E ogni cosa riesce a esistere solo se è lasciata uscire nel tempo giusto, c’è come una narrazione interiore che cerca di produrre il pensiero della vicinanza, dal vivo - esattamente mentre accade. Sto trattando tutto come un oggetto - gli oggetti sono dei segni, delle immagini, ma sono anche solo degli oggetti, dei vettori, colorati o opachi. Mi pare che stia arrivando un altro tipo di potenza, tutto ha una sua propria misura - il rapporto tra il pensiero e il muscolo si fa sempre più sottile, è un tipo di presenza molto intensa ma scaricata di problemi dinamici. La misura del veloce/lento/veloce è importantissima, quasi impossibile a trovarsi a priori, dipende solo da come lascio una porzione per entrare in un’altra e dipende completamente da quanto permetto alla fragilità di un equilibrio meno sicuro di esistere: quando lascio scorrere, tutto accade e non perdo mai l’appoggio del vuoto. Se invece produco tensione, anche un’emozione troppo tesa, non accade niente se non un noioso apparire di routine. Le immagini mi arrivano prima nel pensiero e poi nel corpo o viceversa? Non riesco a dirlo. Il tempo continua a essere non rilevante, come un dato di fatto che è contingente a dove sono. Lo spazio si sta amplificando, come ingrandendo - percepisco l’interno e le superfici. E’ come se non ci fosse l’immagine piatta. Lavoro solo sul cercare travasi, equilibri dolcissimi e morbidezza. Sto cercando degli schemi, li chiamo schemi ed è come se fossero delle partiture che posso ripetere o riattraversare ogni volta con tempi e in luoghi diversi - parlare a bassa voce, parlare ad alta voce, movimento lineare, quasi simmetria, rotazione sull’asse, pausa, movimenti piccolissimi, rotazione dal gomito, ricominciare tutto da capo, toccare, muovere la lingua. Ho alternato il fare al guardare, solo lo sguardo interno e non la memoria, una sorta di disciplina e di debolezza. Oggi ho trovato delle piante verdi, hanno cambiato il colore della casa, il temperamento.

Cristina Cristal Rizzo

Exodus
performance di Cristina Rizzo
galleria Passaggi Pisa